Giorni fa, qualcuno, mi ha detto:

“Voi psicologi siete come padri confessori in una versione laica e moderna”

Ho subito pensato: “Beh, se è vero che accolgo i racconti delle persone con cui sono in stanza di terapia, che mi vengono “confessati” e che, per la maggior parte dei casi, sono condivisi solo con me (e ai quali io sono deontologicamente tenuta a legare il dovere del segreto professionale)”. Allo stesso modo, è pur vero che, io non assolvo dal “peccato”. Diversamente, consapevole del valore clinico dello svelamento, che si evidenzia dall’espressione di un immediato senso di liberazione, lavoro sulla comprensione dell’importanza di ciò che non è stato espresso in modo diretto dalla persona fino a quel momento. In effetti, però, un nesso c’è…

La storia dello svelamento di un segreto ci conduce indietro nel tempo fino alla pratica della confessione che, come la preghiera, il voto e il pellegrinaggio, è stata assunta dalla Chiesa cattolica da altre religioni. In seguito, i riformatori protestanti, rinunciarono alla tradizione della confessione e si occuparono di cura delle anime: attraverso lo svelamento di un segreto doloroso, si riusciva ad aiutare le “anime afflitte” a superare le proprie difficoltà. Ciò, si narra, avveniva per mezzo di una certa capacità spirituale posseduta da questi ministri del culto protestante. Questi si attenevano all’assoluta segretezza di quanto conosciuto.

Più tardi, prima con i magnetisti e l’utilizzo del sogno magnetico e poi con gli stati di trans indotti dall’ipnosi, il segreto patogeno e il suo trattamento si laicizzarono, fino a quando il primo medico, Moritz Benedikt, organizzò in forma sistematica la conoscenza del segreto patogeno e la sua elaborazione in psicoterapia. La cura avveniva prima con lo svelamento del segreto e poi con la risoluzione dei problemi a esso collegati. Infine, la psichiatria moderna si occupò dei casi di segreti patogeni inconsci, con i casi clinici di Freud e Jung. Quest’ultimo riteneva che l’esplorazione dei sogni ad occhi aperti, delle fantasie, delle ambizioni represse e dei desideri frustrati fosse un lavoro fondamentale per una psicoterapia completa.

Quindi, è vero che una relazione, seppure racchiusa nei cicli di storia, esiste ed è all’origine della pratica della moderna psicologica.

Il terapeuta, oggi, è uno specialista, formato professionalmente, che applica delle tecniche specifiche alla conoscenza clinica e si attiene al segreto professionale. È colui che riesce ad andare oltre la “maschera del personaggio” per scoprire la persona e attraverso lo strumento della restituzione, attraverso se stesso, fa risuonare le voci interiori delle persone che incontra nella sua esperienza professionale: i pazienti.

Spesso, nella stanza di terapia, emergono racconti di desideri ritenuti inappagabili. A volte, i desideri celati, sono impulsi tendenti alla realizzazione della propria personalità e pertanto hanno un grande valore. Il non-detto, diventa esprimibile verbalmente durante il colloquio e per questo elaborabile e quindi comprensibile.

Due aspetti sono importanti del segreto: 1) i molteplici modi in cui si esprime anche involontariamente 2) la guarigione, rispetto al sentimento “della liberazione dal peso”, che non dipende solo dall’intervento della psicoterapeuta ma dalla scelta libera e volontaria del paziente che esprime la propria responsabilità.

Per quanto riguarda la nostra quotidianità, invece, sappiamo che la vita di ognuno si caratterizza per una continua scelta tra lo svelamento di se stessi e il desiderio di nascondersi. Tutti abbiamo i nostri segreti, il desiderio di confessarli ma anche quello di tenerli celati. Ogni giorno, viviamo in un discreto equilibrio, cui siamo arrivati attraverso una soluzione più o meno soddisfacente. Ricordate quando durante l’infanzia lo sguardo degli adulti sembrava penetrarci e guardarci dentro come se fossimo trasparenti? Quale grande conquista quando, tutti tremanti, ci siamo arrischiati a raccontare la prima bugia e abbiamo scoperto che oltre un certo confine c’eravamo solo noi e nessun altro, sentendoci finalmente soli in questo territorio intimo. Questo genuino essere soli con se stessi rappresenta la base per poter avere un rapporto genuino con gli altri, anche se non si è completamenti svelati.

Ho riconosciuto che, anche alcune opere letterarie, ci narrano storie di segreti patogeni e conoscenze psicologiche. Ad esempio: Le Confessioni di sant’Agostino, La lettera scarlatta di Hawthorne, La donna del mare di Ibsen.

Così, quell’affermazione, giorni fa, mi ha portato a una riflessione che ho deciso di condividere con voi.

E tu che rapporto hai con i segreti? Ne avete? È difficile parlarne? Con chi lo fate? E perché?

Dott.ssa Antonella Rocco