Attacchi di panico e bisogno di trasformazione

 

L’attacco di panico, come una spia o un campanello di allarme, ci sta segnalando che il nostro organismo necessita di carburante vitale del quale siamo in riserva: l’ascolto di noi stessi.

Cos’è un attacco di panico?

Ciò che in concreto accade è lo scatenarsi un disagio psicofisico profondo, che in circa 10 minuti raggiunge la massima intensità e scompare più o meno dopo 30 minuti. Questi episodi, non sono prevedibili e possono innescarsi in qualsiasi momento.

L’esperienza dell’attacco di panico ci dà la sensazione di un imminente pericolo, con una percezione di un rischio immediato per la nostra vita che, all’apparenza, sembra non esista.

In realtà, quello che voglio raccontarvi oggi, è che non è del tutto così.

Una causa scatenante c’è, ma non arriva dall’esterno, bensì da dentro di noi.

Ciò che realmente fa l’organismo è rispondere a uno stimolo inconscio, e producendo adrenalina e noradrenalina predispone ad una reazione “salva vita” di attacco e fuga.

La domanda è: fuggire da chi o da cosa?

Quello che vorrei comunicarvi, prima di tutto, per chi è vittima degli attacchi di panico, è che:

  • è possibile trattare gli attacchi di panico
  • non c’è nulla di sbagliato in te
  • non sei solo

I sintomi che il nostro organismo produce, finalizzati a richiamare l’attenzione e “metterci in allarme”, ci stanno dicendo che, al di la della nostra percezione conscia, non siamo ne felici ne sereni come crediamo di essere.

Nella società contemporanea c’è la tendenza a conformarsi maggiormente ai nostri doveri e non ai nostri desideri. Questo implica uno scarto profondo da colmare tra ruoli e obblighi a cui attenersi e le nostre reali esigenze di benessere.

E’ così che si da poco spazio alle nostre emozioni più vere che devono essere represse per conformarsi a una vita fatta non di scelte ma di “obblighi”.

Invece che soffermarci a riflettere su questi BISOGNI, decidiamo di difendercene, proviamo ad annullarli, attraverso una negazione profonda.

In sostanza l’attacco di panico può essere visto come un messaggio, un allarme, da ascoltare, da parte del nostro inconscio, della nostra parte più vera e autentica, che è la nostra personalità profonda, la quale ci sta dicendo che ci stiamo dimenticando di qualcosa di veramente importante: noi stessi.

L’ipotesi, quindi, è che l’attacco di panico sia correlato a difficoltà di espressione dei nostri contenuti emotivi; conseguentemente si genera l’incapacità a gestire l’iperarousal psicofisiologico: i sintomi.

La persona è impossibilitata a riconoscere e gestire la sua risposta alla stimolazione di natura emozionale perché confonde quel vissuto con uno stato di allarme solo organico a cui risponde con angoscia (risposta attacco e fuga) per sopravvivere all’ipotetico pericolo.

Il soggetto, interpreta i segnali fisiologici di attivazione come gravemente minacciosi per la propria incolumità e per difendersi, prova in tutti i modi a contrastare e annullare l’attivazione fisiologica sperimentata, ma questa soluzione non è efficace.

Chi soffre di attacchi di panico generalmente evidenzia:

  • Una stima di se bassa e possiede poca fiducia in se stesso
  • Difficoltà a esprimere rabbia e disaccordo
  • Compie scelte fondamentali per compiacere gli altri
  • Sente di dover raggiungere gli obiettivi ad ogni costo

E’ consigliabile imparare a:

  • Esprimere rabbia e sentimenti negativi incanalandoli adeguatamente verso l’esterno
  • Permettersi di seguire i propri desideri senza sentirsi in colpa
  • Tollerare le incertezze della vita e la nostra vulnerabilità
  • Sapersi voler bene per quelli che si è

Nella vita di tutti i giorni ci si sente costantemente sotto pressione e si ha la sensazione di “perdere il controllo”, un controllo che vorremmo avere su tutto!

Invece dobbiamo accettare la nostra vulnerabilità e la nostra “non onnipotenza”, dobbiamo tollerare le normali e inevitabili frustrazioni che la vita ci riserva.

 

Sintomatologia secondo il DSM-V

(Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali)

Chi soffre di Attacchi di Panico sperimenta, contemporaneamente, almeno 4 dei seguenti sintomi:

  1. palpitazioni/tachicardia
  2. dolori o fastidi al petto
  3. sudorazioni
  4. brividi o vampate di calore
  5. fame d’aria
  6. sensazione di soffocamento
  7. tremori
  8. nausea
  9. mancanza di equilibrio, vertigini
  10. sensazioni di formicolio o intorpidimento
  11. sensazioni di irrealtà
  12. paura di perdere il controllo o diventare matto
  13. paura di morire

Secondo l’OMS circa un terzo della popolazione mondiale ne soffre.

La patologia, che rientra nei “Disturbi d’Ansia”, è invalidante poiché influenza in modo profondo e negativo la nostra quotidianità facendoci perdere sempre di più la gioia di vivere, costringendoci aa rinunciare a tante situazioni di socialità, e facendo della paura la nostra compagna costante.

 

Qual’è la soluzione?

Tutto ciò richiede la necessità di chiedere aiuto a uno specialista, uno psicoterapeuta, che attraverso una terapia può alleviare tale disagio psichico e migliorare qualitativamente aspetti della nostra vita così invalidanti. Paziente e psicoterapeuta, insieme, potranno indagare il valore e la funzione del sintomo rappresentato dall’attacco di panico.

Il Training Autogeno, come tecnica di rilassamento, rende possibile la gestione dell’ansia e dello stress e quindi lo consiglio vivamente.

Il farmaco può essere utile, ma solo se inserito all’interno di un trattamento più complesso che preveda inevitabilmente la presenza di uno psicoterapeuta.

La finalità sarà di ritrovare la propria autenticità, togliendoci le pesanti maschere indossate fino ad oggi e, abbandonando i ruoli a cui ci siamo sentiti costretti, sentirci di nuovo padroni della nostra vita e non vittima di essa.

La vita è un’esperienza meravigliosa, non perdertela!

Curiosità

La parola panico ha origini greche, nello specifico nel “dio Pan”, mezzo uomo e mezzo caprone. Egli appariva improvvisamente sul cammino altrui, seminando terrore, per poi scomparire velocemente. Chi lo incontrava restava in uno stato d’impotenza, incapace di spiegare l’accaduto.

 

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa – Psicoterapeuta

Operatrice Certificata per il Training Autogeno

 


Ansia, paura e fobia.

Quando ansia e paura controllano la nostra vita

Da dove nascono e come superarle

L’ansia è un’esperienza emozionale che sperimentano tutte le persone.

Normalmente, attiva reazioni fisiologiche, che permettono all’organismo di rispondere adeguatamente a stimoli interni ed esterni e di adattarsi funzionalmente all’ambiente circostante.

Se quest’attivazione diviene continua e di forte intensità, la risposta diverrà disfunzionale e deleteria.

L’ansia vissuta in queste situazioni diviene patologica e si manifesta attraverso una spiacevole sensazione diffusa di apprensione, accompagnata da sintomi fisici (palpitazioni, sudorazioni, tremori, alterazioni della respirazione, del ritmo cardiaco) ma anche da sintomi psichici: sensazioni di pericolo continue e preoccupazioni che appaiono immotivate. Può succedere anche che subentrino paure realistiche rivolte a luoghi, situazioni, persone o animali, verso i quali il soggetto sviluppa un comportamento necessariamente evitante e spesso invalidante per la propria vita, associandovi forte quote di ansia; in questi casi parliamo di fobie.

Tutto questo ha una ripercussione importante sul nostro comportamento, che ne subisce una modificazione negativa con alterazioni del ritmo sonno veglia, del comportamento alimentare, delle condotte motorie caratterizzate da irrequietezza, problematiche di attenzione e difficoltà relazionali importanti.

Differentemente, quando parliamo di paura, nei suoi aspetti di normalità, ci riferiamo a una risposta che ha caratteristiche di breve durata rispetto a una minaccia conosciuta, da evitare.

Gli studi di Freud

Secondo Freud, che studiò le basi psicologiche dell’ansia, questa è un segnale per la persona rispetto a sollecitazioni provenienti dall’Es, la nostra parte inconscia, sconosciuta a noi stessi, che premono per una rappresentazione conscia.

Proprio attraverso il concetto di conflitto inconscio e dell’impossibilità della persona a gestirlo, nasce il termine “rimozione”,  cioè evitamento di un pensiero doloroso e traumatico che viene escluso dalla realtà perché ritenuto inaccettabile e insopportabile.

Freud considerò l’insorgenza dell’ansia come una reazione a eventi della realtà attuale della persona, che sono solamente collegati con associazioni inconsce al ricordo delle precedenti esperienze minacciose e traumatiche, che sono state rimosse.

La persona, in questi casi, è esposta a uno stimolo che non riesce a padroneggiare e l’impotenza psichica e fisica che ne deriva determina una grave crisi di angoscia. Se la minaccia avvertita è così forte da attivare vissuti di percezione rischio per la propria sopravvivenza personale, psichica e fisica, può subentrare un vissuto di attacco di panico.

Come Freud identificò nell’Io il sito psicologico dell’ansia, altre teorie, nel tempo, si sono evolute e hanno continuato a studiare e spiegare i meccanismi che sottendono la comparsa dell’ansia, abbandonando la visione individuale e riconoscendo l’importanza di considerare la dimensione relazionale.

Ansia come disagio relazionale: due teorie

1) La teoria della Gestalt ci mostra come l’odierna difficoltà di vivere le relazioni affettive, i sempre più diffusi livelli conflittuali di rapporto, gli sfumati disturbi d’identità complicano l’incontro tra la persona e l’alterità: il “confine di contatto” con ciò che è fuori da noi, è percepito non più come limite naturale e salutare, ma come imposizione o dipendente o aggressiva sull’altro.

I vissuti di ansia risultano quindi legati all’esperienza di allargare i confini, ai timori legati alla novità, all’ignoto.

Il grado di sicurezza, che si è sperimentato durante l’infanzia, nel legame di attaccamento con la nostra figura di accudimento ha una forte rilevanza in quanto determinerà la nostra fiducia interiore e la nostra forza d’animo che renderanno possibile l’esplorazione di se stessi, dell’altro e dell’ambiente.

È così che, in psicoterapia, emerge una visione intersoggettiva dell’identità: l’individuo, l’ambiente, la relazione, sono compresenti e coagenti nel campo, definito dalla Gestalt psicosociale “campo relazionale”.

La sicurezza interiore, quindi, si nutre di un confine mobile, flessibile, permeabile, che rende possibile l’esplorazione dell’ignoto.  Questa esperienza, quando deficitaria, è rivissuta in psicoterapia e consolidata nella relazione terapeutica.

2) Negli anni 50’ l’orientamento sistemico-relazionale spiega il comportamento dell’individuo focalizzando l’attenzione sull’ambiente in cui esso è vissuto, sul sistema, sulla rete di relazioni significative di cui egli è parte.

Il sintomo non viene più considerato come l’espressione di problematiche individuali, ma indica una disfunzione dell’intero sistema familiare; la diagnosi fa riferimento alla clinica e al funzionamento del singolo e del suo gruppo di appartenenza all’ interno dello specifico contesto.

Nella Terapia individuale sistemica, che caratterizza il mio approccio di lavoro, gli incontri prevedono una convocazione individuale. Tuttavia l’individuo, pur essendo solo nella stanza di terapia, porta comunque con sé tutte le relazioni significative che animano la propria vita nel presente, nel passato e nell’ipotetico futuro. L’attenzione del terapeuta sarà pertanto in ogni modo rivolta alla dimensione relazionale ed interattiva del cliente, non tralasciando comunque pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione individuale.

Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato, ma alle situazioni relazionali che lo hanno generato.

Contesto attuale e contesto storico si incrociano nella relazione terapeutica, che ricapitola nel presente la storia della persona.

Lo psicoterapeuta consente di creare e mantenere nel paziente il senso di sé e la relazione con l’altro attivando un nuovo slancio vitale e superando l’impasse.

Cosa fare?

I disturbi d’ansia, oggi, sono la patologia psichica più frequente.

Il Manuale Diagnostico cui fa riferimento il Ministero della Salute (DSM V), propone cinque categorie principali:

  • Fobie specifiche
  • Disturbo di panico o attacchi di panico
  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Ipocondria o ansia per la salute
  • Disturbo post-traumatico da stress
  • Disturbo acuto da stress

Attualmente sono più diffusi che in passato e maggiormente frequenti all’interno della popolazione. Io ritengo che ciò accada perché, rispetto a quanto descritto sopra, viviamo in una società “che coltiva” questi disturbi, una “società liquida” all’interno della quale “l’alterità” al di fuori di se stessi, il travalicamento del confine personale è sempre più fonte di minaccia e pericolo. Inoltre, oggi, ciascuno è più solo di fronte ai suoi timori e l’ansia cresce e si diffonde maggiormente. Mancano tutta una serie di “contenitori” sociali che una volta potevano sostenere il singolo, le famiglie, i gruppi: le famiglie allargate, la scuola, il patronato, la piazza!

L’ansia induce un’infiammazione generalizzata che, a cascata, favorisce malattie cardiovascolari, disturbi del sonno, patologie metaboliche. Inoltre può aprire le porte alla dipendenza dall’alcool poiché molti provano a sedare le emozioni ricorrendo alla bottiglia. Un altro esito molto frequente è la depressione.

La maggior parte delle persone che soffre di ansia prima o poi prova a curarsi. Spesso non trova una soluzione perché si sottopone a innumerevoli visite mediche ipotizzando le più improbabili malattie organiche, più facili da ammettere rispetto alla consapevolezza di un disagio psicologico. Questo fa luce sul fatto che lo stigma sociale del pregiudizio è ancora vivo nella nostra società, anche se minore rispetto al passato. Quando però queste stesse persone sono esposte a un evento stressante, il problema ritorna e si riacutizza. Allora può succedere che si ricorra ai farmaci che non agiscono sulla causa e quindi non eliminano il problema, soltanto attutiscono il sintomo che invece può essere risolto definitivamente andando alla radice dell’origine.

Il mio suggerimento è quello di intraprendere un percorso di psicoterapia. I trattamenti psicologici hanno buoni effetti sulla durata dei miglioramenti. Questi effetti risultano superiori, nel lungo periodo, a quelli dei farmaci. Approcci diversi al farmaco sono di aiuto sulla gestione del sintomo, come il Training Autogeno, che propongo ai miei pazienti: una tecnica di rilassamento che permette alla persona di generare la calma e la distensione.

Con il Training Autogeno impariamo ad attivare una risposta di rilassamento e distensione diminuendo l’attività del sistema simpatico e aumentando quella del sistema parasimpatico; in uno stato di veglia attraverso il rilassamento mettiamo il nostro organismo e la nostra mente a riposo producendo benessere.

Affidarsi ad un professionista competente vi aiuterà a di ritrovare una dimensione di vita equilibrata e più serena, liberandovi dalla schiavitù dell’inquietudine e riprendendo in mano le redini della vostra vita. Un percorso di psicoterapia vi permetterà di comprendere l’origine del problema e attraverso un valido sostegno, di poterlo superare. Nella mia impostazione professionale i tempi di un lavoro psicoterapico hanno una durata limitata nel tempo.

Nel frattempo…

I sintomi dell’ansia, per strutturarsi in una persona hanno impiegato tanto tempo, anche se a volte non se ne è consapevoli, quindi non è possibile pensare a soluzioni magiche ed estemporanee.

Può aiutarvi:

  • Scrivere un diario, trovare un focus, una connessione, tra i vostri pensieri e le vostre emozioni, raccontando in quali situazioni è successo cosa. Spesso chi soffre di ansia subisce la pressione di non sapere perché si senta sempre sotto pressione.
  • Praticare il rilassamento. Il rilassamento fisico conduce al rilassamento mentale. Con un allenamento costante riuscirete a ridurre i livelli di ansia e potrete essere maggiormente consapevoli delle vostre emozioni attivando una certa abilità di gestione.
  • Controllare l’autocritica. I soggetti ansiosi sono molto critici con se stessi e tendono sempre a sminuire e svalorizzare se stessi. Al contrario sostituite una frase con valenza negativa con una positiva.
  • Gratificatevi. Dedicare del tempo ad attività, di qualsiasi tipo, che possano essere gratificanti per voi, è fondamentale. Io lo “prescrivo” sempre a tutti i miei pazienti.

Il disagio in cui vivono le persone che soffrono di queste manifestazioni è importante e non va sottovalutato. Non esitare a confrontarti con uno psicoterapeuta e a chiedere l’aiuto di cui hai bisogno per riuscire a stare meglio.

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa – Psicoterapeuta

Operatrice certificata di Training Autogeno


Il training Autogeno

Perché scegliere il Training Autogeno e soprattutto: cos’è?

Vorrei iniziare mostrandovi alcune applicazioni del Training Autogeno…

 

Nello sport

“Aiuta a controllare l’emotività e l’ansia pre-agonistica, a padroneggiare e dosare lo sforzo atletico, a controllare meglio il tono muscolare e a prefiggersi risultati ottenibili aumentando la fiducia nelle proprie possibilità”. “Aiuta a compensare l’eventuale riduzione di sonno, a ridurre il ritmo respiratorio e a scaricare la tensione, a superare i momenti di stanchezza, a migliorare la concentrazione e a diminuire la percezione del dolore”.

Nella vita di tutti i giorni

Genera profondo benessere. Recupero delle energie psico-fisiche. Migliore gestione dei propri stati emotivi. Miglioramento delle prestazioni e della concentrazione. Aiuta la sessualità e il ritmo sonno/veglia. Offre una maggiore sicurezza di sé.

In medicina

Per l’apparato digerente (gastrite, colon irritabile, stipsi). Apparato circolatorio (tachicardia, bradicardia). Apparato respiratorio (asma, bronchiti). Cefalea. Eczemi. Preparazione al parto.

In psicoterapia

Tic. Disturbi del sonno. Balbuzie. Disturbi ansiosi. Disturbi alimentari.

Nel percorso didattico

Conoscere e prevenire la sintomatologia da stress. Diminuire e contenere l’ansia legata all’ambiente scolastico. Rafforzare autostima e autoefficacia. Offrire a ragazzi una tecnica che, sviluppando un atteggiamento generale di calma e riflessione, favorisca la conoscenza del proprio corpo e, nei momenti difficili, ripristini l’autocontrollo.

Nelle aziende e per i lavoratori in generale

Diminuisce assenteismo; Diminuisce numero infortuni sul lavoro; Aumento di iniziativa personale e produttività; Migliora i rapporti interpersonali nei gruppi; Diminuisce la stanchezza e lo stress; Potenzia capacità di concentrazione; Facilita compiti complessi e delicati; Elimina la sindrome del dipendente (insicurezza, timidezza, paura, complesso di inferiorità)

Vi starete chiedendo: com’è possibile tutto questo? Leggete di seguito e vi sarà chiaro.

Il Training Autogeno (T.A.), “metodo di auto distensione da concentrazione psichica”, è stato così definito dal suo ideatore, il medico psichiatra J.H. Schulz, agli inizi del 900’.

E’ una tecnica di rilassamento che permette di recuperare l’equilibrio psichico e fisico tramite l’induzione dello stato di calma.

Schultz, assieme a Oskar Vogt, comprese che, con l’ipnosi, il paziente riusciva a rilassarsi e stare meglio. Decisero così di ideare una tecnica, che avesse gli stessi benefici, ma che permettesse alle persone di potersi rilassare indipendentemente dal terapista.

E’ importante chiarire che si parla di TECNICA, poiché, ci sono una teoria e un metodo che sostengono questa pratica e la rendono scientifica.

Chiariamoci ulteriormente le idee e approfondiamo

Nel training autogeno e nel pensiero del dott. J.H. Schultz, il concetto dell’unità psiche – soma è centrale. Per comprendere e favorire il benessere personale e la salute, è necessario considerare che il corpo e la mente siano in stretta connessione tra di loro e s’influenzino reciprocamente.

Questo metodo, infatti, permette di raggiungere uno stato di rilassamento psico-fisico attraverso l’apprendimento di specifici esercizi di concentrazione psichica che conducono a un cambiamento organico: il tono muscolare, la funzionalità vascolare, l’attività cardiaca e respiratoria, apportando un beneficio immediato.

Attraverso un’azione mentale, quindi, avremo una modificazione corporea: la distensione fisica, che a sua volta produrrà una distensione mentale.

Per essere più precisi, con la tecnica del T.A. diminuiremo il lavoro cerebrale del sistema simpatico, (attivo quando siamo in stato di stress e responsabile delle principali attivazioni fisiologiche: aumento battito cardiaco, innalzamento della pressione sanguigna, aumento del tono muscolare, accelerazione del ritmo respiratorio, rallentamento delle funzioni digestive, accellerata motilità gastrica…) aumentando quello del sistema parasimpatico (attivo quando siamo a riposo). Genereremo una risposta di rilassamento (come quando stiamo per addormentarci ma restando in uno stato di veglia), un vero e proprio cambiamento fisico che prende il nome di COMMUTAZIONE AUTOGENA, che porterà le seguenti modificazioni:

  • Abbassamento tono muscolare
  • Riduzione frequenza cardiaca
  • Funzione respiratoria (- 15% livelli metabolici di ossigeno)
  • Circolazione periferica e temperatura (aumento fino ad 1 grado)
  • Pressione arteriosa (lieve riduzione)
  • Attività elettro dermica (maggiore resistenza cutanea)
  • Attività celebrale elettrica (preponderanza onde teta, quelle presenti durante il sonno)
  • Attività neuroendocrina (cortisolo e prolattina)

Attenzione. Mi preme sottolineare che la reattività dell’organismo, non viene rallentata, ma bensì, regolarizzata e normalizzata.

(Quando siamo in una situazione di stress, viviamo ansia e paura e tutte le risposte fisiologiche sopra citate s’intensificano in modo massiccio, deleterio e tossico per l’organismo; si dice che siamo in DISTRESS. Aumenta la tensione del tono muscolare; La frequenza cardiaca è accelerata; Aumenta la presenza dell’anidride carbonica e conseguentemente: l’adrenalina, la noradrenalina e il cortisolo; Rallenta la circolazione sanguigna; Aumenta la pressione arteriosa; Si attiva il sistema reticolare ascendente, l’ipotalamo e l’ipofisi e quindi aumenta il cortisolo.)

In stato autogeno, manterremo minima l’attività ergotropica dell’organismo (quella interna, se no mi addormenterei) e lasceremo l’attività volitiva in sospeso. La letteratura dichiara che pochi minuti di Training Autogeno possono ritemprare come 1 o 2 ore di sonno.

A mio personale parere, ritengo molto importante che, la pratica del training autogeno, essendo concentrata sul corpo, ci insegni ad ascoltarlo. Generalmente siamo abituati a sentire il nostro corpo solo quando stiamo male. In questo caso, invece, riconosceremo la sensazione di benessere e così facendo impareremo ad avere più coscienza e consapevolezza di noi stessi.

Quali sono i benefici del Training Autogeno e in quali occasioni è utile?

La pratica del Training Autogeno è stata comprovata dal mondo medico e psicologico ed ha una solida base scientifica. Le evidenze hanno dimostrato che l’allenamento costante permette di sciogliere le tensioni e produrre i seguenti benefici:

  • Recuperare le energie fisiche e psichiche diminuendo il senso di stanchezza.
  • Migliorare la concentrazione e l’attenzione; le prestazioni in generale.
  • Potenziare il sistema immunitario.
  • Normalizzare le funzioni corporee.
  • Distendere l’organismo e ridurre della percezione del dolore
  • Attenuare le difficoltà relazionali, l’insicurezza e l’eccessiva timidezza.
  • Potenziare l’autodeterminazione e l’autocontrollo attraverso una maggiore coscienza di sé.
  • Alleviare lo stress lavorativo e scolastico

Il Training Autogeno, essendo una pratica in grado di re-equilibrare la mente e il corpo, attraverso la sua funzione rilassante e calmante, è consigliato in tutte quelle situazioni che percepiamo come particolarmente stressanti.

Non è valido nei casi di ritardo mentale, patologie psichiatriche gravi. Va modulato e calibrato per alcune condizioni mediche importanti o minori.

E’ per questo, che, il professionista che tiene il corso, farà una prima valutazione, necessaria alla comprensione dell’idoneità.

Ci tengo a precisare che il training autogeno deve esse insegnato solo da professionisti qualificati, che hanno una preparazione specifica.

E’ importante affidarsi a un operatore certificato che nella fase di apprendimento sappia guidarvi in modo competente durante le modificazioni fisiologiche e psichiche previste. Anche se la tecnica è assolutamente priva di pericoli e semplice da apprendere, chi impara può commettere degli errori, oppure, interpretare erroneamente delle reazioni, che invece sono ben conosciute e possono essere corrette dall’esperto. Dopo questa fase iniziale, si diventerà completamente autonomi dal terapista e il training si svolgerà in modo del tutto semplice e soprattutto soddisfacente.

E’ indispensabile sapere che, per l’efficacia della tecnica, sono necessari: motivazione, interesse e la costanza nella pratica. Fatta questa premessa, la pratica del Training Autogeno può sicuramente condurre alla risoluzione della problematica per la quale si è scelto di apprenderlo. Tuttavia è opportuno chiarire che non può sostituire un percorso più completo e articolato come quello della psicoterapia, consigliabile in tutti quei casi in cui è necessario mirare a un’indagine profonda delle cause del disagio e a una ristrutturazione della personalità. Il T.A. può essere un primo passo importante per sciogliere difese e resistenze personali e generare l’emersione di blocchi interiori e debolezze.

(Ad esempio: con il T.A. affiorano ricordi e sensazioni lontane, la capacità di sognare aumenta e si modifica.)

Un’altra informazione, per me fondamentale, che vorrei darvi, è che il T.A. è una tecnica di concentrazione PASSIVA. DIFFERENTEMENTE DA TUTTE LE ALTRE TECNICHE, BISOGNA CONCENTRARSI SULL’ASCOLTO PASSIVO.

“Richiamo il rilassamento e poi lascio che accada”. E’ tramite la concentrazione passiva sul mio corpo che limito le funzioni di controllo e attivo processi distensivi e rigenerativi. Le risposte sono molto soggettive e non univoche.

Quindi, abbiamo visto che, grazie al Training Autogeno ritroveremo l’equilibrio e la serenità personale. Sarà possibile favorire il benessere psico-fisico, attraverso una maggiore capacità di essere calmi e concentrati. Aumenterete il vostro potere personale, riuscendo a sviluppare le energie e le potenzialità che ciascuno possiede, ed essendo più consapevoli di voi stessi, incanalarle tutte verso la giusta direzione per il raggiungimento dei vostri obiettivi.

Che dire ancora? Beh, io lo pratico e ve lo consiglio…. Anche perché una volta appreso, e riconosciuti i benefici, non riuscirete più a farne a meno!

Iscriviti al prossimo corso, in aprile,  che condurrò personalmente. Ti aspetto!

Per ulteriori informazioni non esitare a chiamarmi o scrivermi.

Impara a rilassarti facilmente e starai subito meglio ritrovando il tuo equilibrio personale.

Dott.ssa Antonella Rocco


INVITO

Un omaggio a tutti i papà per la loro festa

Un invito per un

Primo colloquio di consulenza gratuita

 

In occasione della festa del papà, sarà possibile prenotare un primo colloquio psicologico gratuito.

L’evento è organizzato per la giornata del 20 marzo.

Occuparsi della felicità dei figli è sicuramente una gioia infinita ma costa anche fatica: spendersi completamente per loro.

Ritengo che, concedersi uno spazio di sostegno, consulenza e aiuto sia, oltre che una sana esigenza, anche una preziosa opportunità utile a scoprire e migliore le potenzialità di ogni singolo papà.

“Un padre molto presente aiuta lo sviluppo dei figli” 

Essere presente vuol dire dedicare attenzione, disponibilità e massima sensibilità alle loro esigenze, con affetto e dedizione. Questo favorisce anche il benessere complessivo della famiglia.

Concediti uno spazio! Prenditi cura di te e promuovi il benessere dei tuoi figli! Prenota il tuo colloquio.

Chiamami al 340.5197505. Oppure scrivimi a: info@antonellarocco.it

Ti aspetto!


DONNE E VIOLENZA

8 marzo Giornata Internazionale della Donna

 

ph. @Michela Medda Photos

Parlare di violenza contro le donne è sempre doveroso, perché è attraverso la diffusione d’informazione che si generano conoscenza e maggiore sensibilità. E’ solo così che, la lotta a difesa delle vittime di abusi fisici e psicologici, può stanare questo male ancora così frequente!

Tanto è stato fatto ma tanto ancora c’è da fare, per un fenomeno sociale ancora molto diffuso che oggi vede protagoniste 9 milioni di donne che hanno subito violenze fisiche o verbali.

I dati Istat, 2015-2016, ci rivelano, inoltre, che sono rimaste invariate le situazioni lavorative dove il ricatto sessuale verso le donne è utilizzato per fare carriera ed essere assunte.

Sono circostanze che hanno come protagonisti uomini, che usando il potere del ruolo ricoperto e approfittando della vulnerabilità di chi cerca un’occupazione o una promozione, chiedono in cambio una prestazione sessuale. Le vittime, in preda al terrore, preferiscono non denunciare e spesso sono costrette ad abbandonare quella posizione o a rinunciare alla carriera.

Anche gli uomini subiscono molestie sessuali, ma in numero minore, circa 3 milioni e 750 mila e in condizioni di minore gravità.

Per entrambi i sessi, le violenze, sono comunque agite, per la maggioranza dei casi (97%), da parte di uomini. Questo dato evidenzia che nella nostra società vige ancora una cultura maschilista e di abuso di potere, in cui gli uomini assumono tuttora un atteggiamento di “possesso” nei confronti della mente e del corpo dell’altro (sia esso maschio o femmina).

Ritengo che sia molto positivo che l’informazione, oggi, dia ampio spazio a questo tema, anche attraverso le testimonianze dirette, che documentano non solo gli scempi subiti, ma come la vita di queste persone e delle loro famiglie sia stata compromessa per sempre.

E’ vero che un mutamento c’è stato: sono aumentati le associazioni e i centri antiviolenza, i media ne parlano più spesso; si è intervenuto con le leggi. Sono evidenti una maggiore condanna sociale e una minore solitudine delle donne.

Manca ancora però un cambiamento radicale, sul piano culturale, tale da sconfiggere definitivamente questo disagio ancora così incidente nella nostra società.

Credo che, il primo luogo dove bisogna progettare una maggiore sensibilizzazione del fenomeno della violenza, sia nelle scuole. I ragazzi, oggi, devono essere resi consapevoli delle conseguenze disastrose di questo fenomeno sociale.

Inoltre, troppo spesso, ho sentito testimonianze che riportano che le risposte ricevute, da parte delle vittime, nel momento in cui si è trovato il coraggio di chiedere aiuto, sono state “ingenue”. Terzi hanno sottovalutato la gravità di quanto accadeva. Dichiarano che si è cercato di “mettere le cose a posto” provando a “pacificare certe situazioni”; lasciatelo fare a un professionista, che con la sua competenza, possa avere un giudizio più obiettivo sulla gravità della situazione, evitando che questa degeneri in modo irreparabile, come si è assistito in molte occasioni.

Quando una donna dichiara di essere spaventata, la situazione non va mai sminuita. L’ascolto e la raccolta della denuncia, di quanto sta accadendo, sono doverosi, sempre!

Le autorità competenti devono essere ancora più consapevoli delle tragedie che si continuano a consumare; gli amici, i parenti, i conoscenti devono esporsi e non celarsi dietro un clima omertoso, perché così facendo divengono complici. Noi donne dobbiamo denunciare e chiedere aiuto! Senza vergogna e senza timore, perché la vera paura bisogna averla essendo consapevoli di quello che di peggio succederà dopo; e non alle altre donne, ma a noi! A te!

PERCHE’ NELLE SITUAZIONI DI MALTRATTAMENTO E VIOLENZA NON VALE LA PROMESSA CHE NON ACCADRÀ ANCORA, O LA MINACCIA DI POTER RICEVERE PIU’ MALE!

Denunciare e punire questi abusi servirà e salverà altre donne a non essere ancora vittime. Utilizzate qualsiasi canale abbiate a vostra disposizione! Non siete sole!

Ci tengo a concludere evidenziando che, chi subisce violenza, riporta molteplici danni, sia fisici che di salute mentale. Le donne, vittime di tali abusi, tendono ad assumere alcool e droghe, oppure assumono comportamenti rischiosi. La violenza può anche influenzare la percezione del proprio corpo, e portare a soffrire di disordini alimentari.

Gli effetti a lungo termine sulla salute mentale causati dalla violenza di genere possono includere problemi come disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia. Difficoltà che, interferendo con la quotidianità, possono peggiorare nel tempo e possono comportare tendenze suicide e fenomeni di autolesionismo. Altri effetti possono essere: la tendenza a chiudersi nei confronti degli altri, il non voler fare cose che una volta piacevano e avere una scarsa autostima.

Diffondiamo il messaggio di DENUNCIARE, prima che sia troppo tardi. Sosteniamo chi decide di mettere in salvo la propria esistenza. Così facendo si aiuterà anche la persona abusante, perché anche lei ha bisogno di aiuto, un aiuto che non arriverà mai del silenzio delle vittime!

Dott.ssa Antonella Rocco