Christmas Blues, Tristezza Natalizia

 

 

 

“Natale è felicità!” Quante volte in questi giorni sentiamo questo ritornello nell’aria: parenti, amici, colleghi, la cassiera al supermercato, tutti urlano questo slogan!

Detta così sembra un imperativo, quasi come: “A NATALE DEVI ESSERE FELICE”. Un convincersi reciprocamente, più che un reale vissuto condiviso fra tutti.

E così, eccoci, ad assolvere un altro dovere, che assume le vesti di un vero e proprio obbligo morale.

 

Ma ci si può obbligare a direzione i nostri sentimenti così come ci viene imposto dagli altri?

Assolutamente no, l’ascolto della nostra natura autentica, compresa quella della parte sentimentale, è prioritario per la nostra reale serenità.

Negare la verità di tutti i nostri sentimenti è quell’azione sbagliata che ci porta, a breve o a lungo termine, a perdere il nostro benessere psico-fisico.

 

E poi ci sono le luci che fanno festa, gli addobbi dai colori sgargianti che attirano la nostra attenzione, gli accattivanti pacchi regalo, le musiche ovunque, il cibo che abbonda in ogni angolo come segno di prosperità e abbondanza.

E tu, con i tuoi sentimenti “diversi”, di tristezza, malinconia, dolore, puoi sentirti uno fuori posto ovunque, un alieno. E così, incontrare gli altri, o frequentare certi posti, alimenta il tuo malessere e la tua amarezza.

 

Il periodo Natalizio non può coincidere obbligatoriamente con un periodo di pace e serenità per tutti noi. Anzi, capita che in questo periodo si stiano vivendo situazioni sentimentali ed emotive complesse e difficili. Incomprensioni familiari, crisi di coppia, problemi di lavoro, malattie da affrontare, lutti.

L’idea di ritrovarsi a festeggiare può alimentare il nostro disagio proprio perché non c’è lo spazio per condividere il nostro dolore e sentiamo di doverlo negare, “rimuovere” e così facendo lo alimentiamo ancora di più.

 

Che cosa è preferibile NON fare:

  • Non sentirti obbligato a partecipare a tutte le occasioni di festa.
  • Non isolarti, aumentando la solitudine e il rischio di ritiro sociale: “nessuno è un isola”, gli altri possono sempre aiutarci se ci rendiamo disponibili ad essere aiutati.
  • Non mentirti, credendo di poter “fuggire” la realtà dei fatti. Il ritorno sarà ancora più duro e comporterà un disagio maggiore.

Che cosa è consigliabile fare:

  • Vivi spontaneamente “IL TUO NATALE”, con tutti i sentimenti che custodisce il tuto cuore. “Date voce al vostro cuore, altrimenti si spezza”.
  • Sentiti autorizzato a creare delle tue regole di gestione delle feste, senza assoggettarti a quelle socialmente imposte.
  • Se gli altri fanno domande scomode, in totale contrasto con il tuo stato d’animo, non sentirti costretto a “confessarti” se non lo desideri, usa l’ironia, una risposta cortese che ti permette di spostare l’attenzione indesiderata.
  • Natale è nascita del Bambino, ciò può essere un momento di riflessione per tutti noi sulla propria rinascita interiore, a nuova vita.

 

In conclusione…

Viviamo in una società in cui “uniformarsi” pretende di essere la regola: uniformarsi alla moda, al pensiero politico, persino la bellezza estetica pretende di uniformarci tutti attraverso la chirurgia.

E’ la nostra unicità? La nostra più autentica natura dove va a finire?

Non uniformate i vostri sentimenti, riconosceteli uno a uno e viveteli tutti, solo così sarete liberi, autentici e preserverete il vostro benessere.

 

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa Psicoterapeuta


Attacchi di panico e bisogno di trasformazione

 

L’attacco di panico, come una spia o un campanello di allarme, ci sta segnalando che il nostro organismo necessita di carburante vitale del quale siamo in riserva: l’ascolto di noi stessi.

Cos’è un attacco di panico?

Ciò che in concreto accade è lo scatenarsi un disagio psicofisico profondo, che in circa 10 minuti raggiunge la massima intensità e scompare più o meno dopo 30 minuti. Questi episodi, non sono prevedibili e possono innescarsi in qualsiasi momento.

L’esperienza dell’attacco di panico ci dà la sensazione di un imminente pericolo, con una percezione di un rischio immediato per la nostra vita che, all’apparenza, sembra non esista.

In realtà, quello che voglio raccontarvi oggi, è che non è del tutto così.

Una causa scatenante c’è, ma non arriva dall’esterno, bensì da dentro di noi.

Ciò che realmente fa l’organismo è rispondere a uno stimolo inconscio, e producendo adrenalina e noradrenalina predispone ad una reazione “salva vita” di attacco e fuga.

La domanda è: fuggire da chi o da cosa?

Quello che vorrei comunicarvi, prima di tutto, per chi è vittima degli attacchi di panico, è che:

  • è possibile trattare gli attacchi di panico
  • non c’è nulla di sbagliato in te
  • non sei solo

I sintomi che il nostro organismo produce, finalizzati a richiamare l’attenzione e “metterci in allarme”, ci stanno dicendo che, al di la della nostra percezione conscia, non siamo ne felici ne sereni come crediamo di essere.

Nella società contemporanea c’è la tendenza a conformarsi maggiormente ai nostri doveri e non ai nostri desideri. Questo implica uno scarto profondo da colmare tra ruoli e obblighi a cui attenersi e le nostre reali esigenze di benessere.

E’ così che si da poco spazio alle nostre emozioni più vere che devono essere represse per conformarsi a una vita fatta non di scelte ma di “obblighi”.

Invece che soffermarci a riflettere su questi BISOGNI, decidiamo di difendercene, proviamo ad annullarli, attraverso una negazione profonda.

In sostanza l’attacco di panico può essere visto come un messaggio, un allarme, da ascoltare, da parte del nostro inconscio, della nostra parte più vera e autentica, che è la nostra personalità profonda, la quale ci sta dicendo che ci stiamo dimenticando di qualcosa di veramente importante: noi stessi.

L’ipotesi, quindi, è che l’attacco di panico sia correlato a difficoltà di espressione dei nostri contenuti emotivi; conseguentemente si genera l’incapacità a gestire l’iperarousal psicofisiologico: i sintomi.

La persona è impossibilitata a riconoscere e gestire la sua risposta alla stimolazione di natura emozionale perché confonde quel vissuto con uno stato di allarme solo organico a cui risponde con angoscia (risposta attacco e fuga) per sopravvivere all’ipotetico pericolo.

Il soggetto, interpreta i segnali fisiologici di attivazione come gravemente minacciosi per la propria incolumità e per difendersi, prova in tutti i modi a contrastare e annullare l’attivazione fisiologica sperimentata, ma questa soluzione non è efficace.

Chi soffre di attacchi di panico generalmente evidenzia:

  • Una stima di se bassa e possiede poca fiducia in se stesso
  • Difficoltà a esprimere rabbia e disaccordo
  • Compie scelte fondamentali per compiacere gli altri
  • Sente di dover raggiungere gli obiettivi ad ogni costo

E’ consigliabile imparare a:

  • Esprimere rabbia e sentimenti negativi incanalandoli adeguatamente verso l’esterno
  • Permettersi di seguire i propri desideri senza sentirsi in colpa
  • Tollerare le incertezze della vita e la nostra vulnerabilità
  • Sapersi voler bene per quelli che si è

Nella vita di tutti i giorni ci si sente costantemente sotto pressione e si ha la sensazione di “perdere il controllo”, un controllo che vorremmo avere su tutto!

Invece dobbiamo accettare la nostra vulnerabilità e la nostra “non onnipotenza”, dobbiamo tollerare le normali e inevitabili frustrazioni che la vita ci riserva.

 

Sintomatologia secondo il DSM-V

(Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali)

Chi soffre di Attacchi di Panico sperimenta, contemporaneamente, almeno 4 dei seguenti sintomi:

  1. palpitazioni/tachicardia
  2. dolori o fastidi al petto
  3. sudorazioni
  4. brividi o vampate di calore
  5. fame d’aria
  6. sensazione di soffocamento
  7. tremori
  8. nausea
  9. mancanza di equilibrio, vertigini
  10. sensazioni di formicolio o intorpidimento
  11. sensazioni di irrealtà
  12. paura di perdere il controllo o diventare matto
  13. paura di morire

Secondo l’OMS circa un terzo della popolazione mondiale ne soffre.

La patologia, che rientra nei “Disturbi d’Ansia”, è invalidante poiché influenza in modo profondo e negativo la nostra quotidianità facendoci perdere sempre di più la gioia di vivere, costringendoci aa rinunciare a tante situazioni di socialità, e facendo della paura la nostra compagna costante.

 

Qual’è la soluzione?

Tutto ciò richiede la necessità di chiedere aiuto a uno specialista, uno psicoterapeuta, che attraverso una terapia può alleviare tale disagio psichico e migliorare qualitativamente aspetti della nostra vita così invalidanti. Paziente e psicoterapeuta, insieme, potranno indagare il valore e la funzione del sintomo rappresentato dall’attacco di panico.

Il Training Autogeno, come tecnica di rilassamento, rende possibile la gestione dell’ansia e dello stress e quindi lo consiglio vivamente.

Il farmaco può essere utile, ma solo se inserito all’interno di un trattamento più complesso che preveda inevitabilmente la presenza di uno psicoterapeuta.

La finalità sarà di ritrovare la propria autenticità, togliendoci le pesanti maschere indossate fino ad oggi e, abbandonando i ruoli a cui ci siamo sentiti costretti, sentirci di nuovo padroni della nostra vita e non vittima di essa.

La vita è un’esperienza meravigliosa, non perdertela!

Curiosità

La parola panico ha origini greche, nello specifico nel “dio Pan”, mezzo uomo e mezzo caprone. Egli appariva improvvisamente sul cammino altrui, seminando terrore, per poi scomparire velocemente. Chi lo incontrava restava in uno stato d’impotenza, incapace di spiegare l’accaduto.

 

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa – Psicoterapeuta

Operatrice Certificata per il Training Autogeno

 


Menopausa

Fine o NUOVO INIZIO?

Tra i 45 e i 55 anni nella vita di una donna inizia il periodo della menopausa.

Durante questa fase di naturale cambiamento il corpo subisce delle profonde modificazioni e possono essere presenti i sintomi caratterizzanti tipicamente questo periodo: palpitazioni, sudorazioni improvvise e vampate, difficoltà legate al sonno. Gli ormoni hanno un ruolo fondamentale poiché hanno un effetto profondo sul sistema nervoso centrale e sono la causa di possibili sbalzi d’umore.

Tutto ciò non implica che lo stato d’animo vissuto dalla donna, in questo momento, sia legato a fattori oggettivi che appartengono alla menopausa, questo è un falso pregiudizio.

L’emotività, che la donna legherà in questa fase della sua vita, sarà soprattutto influenzata dall’immagine che lei stessa associa a questo periodo.

Un’influenza importante deriva dalla cultura sociale cui apparteniamo e anche da quella familiare, quindi da come c’è tramandata l’immagine collettiva e familiare della menopausa.

È così che ritroviamo diverse immagini associate alla menopausa:

  • Menopausa come libertà: dal vincolo del ciclo mestruale e dal rischio di rimanere incinta; questo ci permette di vivere più liberamente la nostra quotidianità e la nostra sessualità.
  • Menopausa come conto alla rovescia: inizio della vecchia, inizio della fine.
  • Menopausa come perdita: della giovinezza, della bellezza, della sensualità, della femminilità.
  • Menopausa come “indifferenza”: considerando la transitorietà di questo momento.

Dal punto di vista psicologico, a tutela della salute della donna, è importante valutare dei possibili fattori di rischio che possono essere all’origine di vissuti e stati d’animo negativi.

Uno di questi è se la donna in questo periodo cessa la propria attività lavorativa, oppure vede in contemporanea l’uscita di casa dei figli(sindrome del nido vuoto), o non può reinvestire sul proprio rapporto di coppia. In questi casi  è possibile sentirsi inutili, prive di obiettivi o scopi.

È per questo che, per contrastare efficacemente queste eventualità, vanno ricercati e valutati dei fattori protettivi, positivi, che ci consentono di vivere con serenità questa fase di passaggio a una nuova epoca della nostra vita.

Vediamoli assieme:

  • Reinvestire sui propri rapporti interpersonali: di coppia, familiare e amicale, dedicando più tempo a incontri e momenti di condivisione.
  • Decidere di dedicare maggiore tempo a se stesse: coccolarsi e viziarsi, concedendosi trattamenti estetici e finalizzati alla valorizzazione della propria bellezza, rispolverare vecchi hobby o trovandone dei nuovi facendo ciò che più ci piace e ci far stare bene.
  • Preoccuparsi di prendersi maggiormente cura di se stesse: fare attività fisica per contrastare i sintomi legati al cambiamento in corso, producendo endorfine, aumentando l’elasticità della pelle e favorendo un’energia fisica maggiore. Migliorare l’alimentazione e dedicarsi ad attività di rilassamento. Io consiglio il Training Autogeno, una tecnica efficace per contrastare tutti i sintomi presenti in questo momento. Nella mia esperienza clinica, in Training Autogeno ha aiutato in modo valido e veloce le mie pazienti a stare meglio e a ritrovare se stesse, potendo avere nuovamente controllo sulla propria vita.
  • È fondamentale poter condividere le emozioni e i pensieri che viviamo in questo periodo, affidandosi prima alle persone che ci sono vicine senza mai vergognarsi a farlo; poi, consiglio di farlo anche con dei professionisti competenti: il nostro medico di base, il ginecologo e un terapeuta, per ricevere sostegno e tutte le indicazioni utili anche a risolvere eventuali difficoltà.

E’ importante non considerare la menopausa come la “fine” ma decidere di utilizzare questo periodo della nostra vita come un tempo dedicato alla rinascita, per riscoprire se stesse e poter rivalutare la propria immagine. Rimettersi in gioco, potenziando la nostra autostima, per ripartire con una nuova forza e una nuova bellezza.

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa Psicoterapeuta


Corso di TRAINING AUTOGENO

Training Autogeno ed equilibrio personale

Impara a gestire e ridurre ansia e stress

e ritrova il tuo benessere personale

 

Il corso prevede otto incontri a cadenza settimanale, della durata di un’ora ciascuno, in orario serale, durante i quali si apprenderà la Tecnica che poi sarà utilizzata dai partecipanti in modo del tutto autonomo, per sempre.

L’inizio del corso sarà a ottobre, al raggiungimento del numero minimo di iscritti.

Il corso è a numero chiuso (max. 10 allievi) e per questo prevede la prenotazione obbligatoria e l’iscrizione prima dell’inizio degli incontri.

Il costo è di 200 euro a partecipante. È possibile ricevere uno sconto del 25% se porti un “amico”.

È previsto un colloquio preliminare necessario a comprendere i bisogni personali di ciascuno e a  a fornire alcune informazioni tecniche iniziali.

Per prenotazioni e iscrizioni chiamami al 340.5197505

Il Training Autogeno è una tecnica riconosciuta e comprovata scientificamente dal mondo medico da più di 100 anni, utilizzata per ri-equilibrare e armonizzare mente e corpo.

Agisce migliorando la tensione muscolare, quella viscerale, l’attività cardiaca, respiratoria e  la funzionalità vascolare.

Può aiutare le persone nella vita di tutti i giorni a conservare il proprio stato di benessere, oppure permette di alleviare e risolvere alcuni disagi psichici e tutti i problemi di ordine psicosomatico; è efficace per superare le abitudini negative come il fumo o l’alcool. Non esistono controindicazioni. Il training Autogeno è utile a chiunque, sempre.

Per saperne di più e per ulteriori approfondimenti LEGGI IL MIO ARTICOLO, oppure contattami.

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa – Psicoterapeuta

Operatrice certificata di Training Autogeno


Ansia, paura e fobia.

Quando ansia e paura controllano la nostra vita

Da dove nascono e come superarle

L’ansia è un’esperienza emozionale che sperimentano tutte le persone.

Normalmente, attiva reazioni fisiologiche, che permettono all’organismo di rispondere adeguatamente a stimoli interni ed esterni e di adattarsi funzionalmente all’ambiente circostante.

Se quest’attivazione diviene continua e di forte intensità, la risposta diverrà disfunzionale e deleteria.

L’ansia vissuta in queste situazioni diviene patologica e si manifesta attraverso una spiacevole sensazione diffusa di apprensione, accompagnata da sintomi fisici (palpitazioni, sudorazioni, tremori, alterazioni della respirazione, del ritmo cardiaco) ma anche da sintomi psichici: sensazioni di pericolo continue e preoccupazioni che appaiono immotivate. Può succedere anche che subentrino paure realistiche rivolte a luoghi, situazioni, persone o animali, verso i quali il soggetto sviluppa un comportamento necessariamente evitante e spesso invalidante per la propria vita, associandovi forte quote di ansia; in questi casi parliamo di fobie.

Tutto questo ha una ripercussione importante sul nostro comportamento, che ne subisce una modificazione negativa con alterazioni del ritmo sonno veglia, del comportamento alimentare, delle condotte motorie caratterizzate da irrequietezza, problematiche di attenzione e difficoltà relazionali importanti.

Differentemente, quando parliamo di paura, nei suoi aspetti di normalità, ci riferiamo a una risposta che ha caratteristiche di breve durata rispetto a una minaccia conosciuta, da evitare.

Gli studi di Freud

Secondo Freud, che studiò le basi psicologiche dell’ansia, questa è un segnale per la persona rispetto a sollecitazioni provenienti dall’Es, la nostra parte inconscia, sconosciuta a noi stessi, che premono per una rappresentazione conscia.

Proprio attraverso il concetto di conflitto inconscio e dell’impossibilità della persona a gestirlo, nasce il termine “rimozione”,  cioè evitamento di un pensiero doloroso e traumatico che viene escluso dalla realtà perché ritenuto inaccettabile e insopportabile.

Freud considerò l’insorgenza dell’ansia come una reazione a eventi della realtà attuale della persona, che sono solamente collegati con associazioni inconsce al ricordo delle precedenti esperienze minacciose e traumatiche, che sono state rimosse.

La persona, in questi casi, è esposta a uno stimolo che non riesce a padroneggiare e l’impotenza psichica e fisica che ne deriva determina una grave crisi di angoscia. Se la minaccia avvertita è così forte da attivare vissuti di percezione rischio per la propria sopravvivenza personale, psichica e fisica, può subentrare un vissuto di attacco di panico.

Come Freud identificò nell’Io il sito psicologico dell’ansia, altre teorie, nel tempo, si sono evolute e hanno continuato a studiare e spiegare i meccanismi che sottendono la comparsa dell’ansia, abbandonando la visione individuale e riconoscendo l’importanza di considerare la dimensione relazionale.

Ansia come disagio relazionale: due teorie

1) La teoria della Gestalt ci mostra come l’odierna difficoltà di vivere le relazioni affettive, i sempre più diffusi livelli conflittuali di rapporto, gli sfumati disturbi d’identità complicano l’incontro tra la persona e l’alterità: il “confine di contatto” con ciò che è fuori da noi, è percepito non più come limite naturale e salutare, ma come imposizione o dipendente o aggressiva sull’altro.

I vissuti di ansia risultano quindi legati all’esperienza di allargare i confini, ai timori legati alla novità, all’ignoto.

Il grado di sicurezza, che si è sperimentato durante l’infanzia, nel legame di attaccamento con la nostra figura di accudimento ha una forte rilevanza in quanto determinerà la nostra fiducia interiore e la nostra forza d’animo che renderanno possibile l’esplorazione di se stessi, dell’altro e dell’ambiente.

È così che, in psicoterapia, emerge una visione intersoggettiva dell’identità: l’individuo, l’ambiente, la relazione, sono compresenti e coagenti nel campo, definito dalla Gestalt psicosociale “campo relazionale”.

La sicurezza interiore, quindi, si nutre di un confine mobile, flessibile, permeabile, che rende possibile l’esplorazione dell’ignoto.  Questa esperienza, quando deficitaria, è rivissuta in psicoterapia e consolidata nella relazione terapeutica.

2) Negli anni 50’ l’orientamento sistemico-relazionale spiega il comportamento dell’individuo focalizzando l’attenzione sull’ambiente in cui esso è vissuto, sul sistema, sulla rete di relazioni significative di cui egli è parte.

Il sintomo non viene più considerato come l’espressione di problematiche individuali, ma indica una disfunzione dell’intero sistema familiare; la diagnosi fa riferimento alla clinica e al funzionamento del singolo e del suo gruppo di appartenenza all’ interno dello specifico contesto.

Nella Terapia individuale sistemica, che caratterizza il mio approccio di lavoro, gli incontri prevedono una convocazione individuale. Tuttavia l’individuo, pur essendo solo nella stanza di terapia, porta comunque con sé tutte le relazioni significative che animano la propria vita nel presente, nel passato e nell’ipotetico futuro. L’attenzione del terapeuta sarà pertanto in ogni modo rivolta alla dimensione relazionale ed interattiva del cliente, non tralasciando comunque pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione individuale.

Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato, ma alle situazioni relazionali che lo hanno generato.

Contesto attuale e contesto storico si incrociano nella relazione terapeutica, che ricapitola nel presente la storia della persona.

Lo psicoterapeuta consente di creare e mantenere nel paziente il senso di sé e la relazione con l’altro attivando un nuovo slancio vitale e superando l’impasse.

Cosa fare?

I disturbi d’ansia, oggi, sono la patologia psichica più frequente.

Il Manuale Diagnostico cui fa riferimento il Ministero della Salute (DSM V), propone cinque categorie principali:

  • Fobie specifiche
  • Disturbo di panico o attacchi di panico
  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Ipocondria o ansia per la salute
  • Disturbo post-traumatico da stress
  • Disturbo acuto da stress

Attualmente sono più diffusi che in passato e maggiormente frequenti all’interno della popolazione. Io ritengo che ciò accada perché, rispetto a quanto descritto sopra, viviamo in una società “che coltiva” questi disturbi, una “società liquida” all’interno della quale “l’alterità” al di fuori di se stessi, il travalicamento del confine personale è sempre più fonte di minaccia e pericolo. Inoltre, oggi, ciascuno è più solo di fronte ai suoi timori e l’ansia cresce e si diffonde maggiormente. Mancano tutta una serie di “contenitori” sociali che una volta potevano sostenere il singolo, le famiglie, i gruppi: le famiglie allargate, la scuola, il patronato, la piazza!

L’ansia induce un’infiammazione generalizzata che, a cascata, favorisce malattie cardiovascolari, disturbi del sonno, patologie metaboliche. Inoltre può aprire le porte alla dipendenza dall’alcool poiché molti provano a sedare le emozioni ricorrendo alla bottiglia. Un altro esito molto frequente è la depressione.

La maggior parte delle persone che soffre di ansia prima o poi prova a curarsi. Spesso non trova una soluzione perché si sottopone a innumerevoli visite mediche ipotizzando le più improbabili malattie organiche, più facili da ammettere rispetto alla consapevolezza di un disagio psicologico. Questo fa luce sul fatto che lo stigma sociale del pregiudizio è ancora vivo nella nostra società, anche se minore rispetto al passato. Quando però queste stesse persone sono esposte a un evento stressante, il problema ritorna e si riacutizza. Allora può succedere che si ricorra ai farmaci che non agiscono sulla causa e quindi non eliminano il problema, soltanto attutiscono il sintomo che invece può essere risolto definitivamente andando alla radice dell’origine.

Il mio suggerimento è quello di intraprendere un percorso di psicoterapia. I trattamenti psicologici hanno buoni effetti sulla durata dei miglioramenti. Questi effetti risultano superiori, nel lungo periodo, a quelli dei farmaci. Approcci diversi al farmaco sono di aiuto sulla gestione del sintomo, come il Training Autogeno, che propongo ai miei pazienti: una tecnica di rilassamento che permette alla persona di generare la calma e la distensione.

Con il Training Autogeno impariamo ad attivare una risposta di rilassamento e distensione diminuendo l’attività del sistema simpatico e aumentando quella del sistema parasimpatico; in uno stato di veglia attraverso il rilassamento mettiamo il nostro organismo e la nostra mente a riposo producendo benessere.

Affidarsi ad un professionista competente vi aiuterà a di ritrovare una dimensione di vita equilibrata e più serena, liberandovi dalla schiavitù dell’inquietudine e riprendendo in mano le redini della vostra vita. Un percorso di psicoterapia vi permetterà di comprendere l’origine del problema e attraverso un valido sostegno, di poterlo superare. Nella mia impostazione professionale i tempi di un lavoro psicoterapico hanno una durata limitata nel tempo.

Nel frattempo…

I sintomi dell’ansia, per strutturarsi in una persona hanno impiegato tanto tempo, anche se a volte non se ne è consapevoli, quindi non è possibile pensare a soluzioni magiche ed estemporanee.

Può aiutarvi:

  • Scrivere un diario, trovare un focus, una connessione, tra i vostri pensieri e le vostre emozioni, raccontando in quali situazioni è successo cosa. Spesso chi soffre di ansia subisce la pressione di non sapere perché si senta sempre sotto pressione.
  • Praticare il rilassamento. Il rilassamento fisico conduce al rilassamento mentale. Con un allenamento costante riuscirete a ridurre i livelli di ansia e potrete essere maggiormente consapevoli delle vostre emozioni attivando una certa abilità di gestione.
  • Controllare l’autocritica. I soggetti ansiosi sono molto critici con se stessi e tendono sempre a sminuire e svalorizzare se stessi. Al contrario sostituite una frase con valenza negativa con una positiva.
  • Gratificatevi. Dedicare del tempo ad attività, di qualsiasi tipo, che possano essere gratificanti per voi, è fondamentale. Io lo “prescrivo” sempre a tutti i miei pazienti.

Il disagio in cui vivono le persone che soffrono di queste manifestazioni è importante e non va sottovalutato. Non esitare a confrontarti con uno psicoterapeuta e a chiedere l’aiuto di cui hai bisogno per riuscire a stare meglio.

Dott.ssa Antonella Rocco

Psicologa – Psicoterapeuta

Operatrice certificata di Training Autogeno


INVITO

Un omaggio a tutti i papà per la loro festa

Un invito per un

Primo colloquio di consulenza gratuita

 

In occasione della festa del papà, sarà possibile prenotare un primo colloquio psicologico gratuito.

L’evento è organizzato per la giornata del 20 marzo.

Occuparsi della felicità dei figli è sicuramente una gioia infinita ma costa anche fatica: spendersi completamente per loro.

Ritengo che, concedersi uno spazio di sostegno, consulenza e aiuto sia, oltre che una sana esigenza, anche una preziosa opportunità utile a scoprire e migliore le potenzialità di ogni singolo papà.

“Un padre molto presente aiuta lo sviluppo dei figli” 

Essere presente vuol dire dedicare attenzione, disponibilità e massima sensibilità alle loro esigenze, con affetto e dedizione. Questo favorisce anche il benessere complessivo della famiglia.

Concediti uno spazio! Prenditi cura di te e promuovi il benessere dei tuoi figli! Prenota il tuo colloquio.

Chiamami al 340.5197505. Oppure scrivimi a: info@antonellarocco.it

Ti aspetto!


Il padre post-patriarcale

Il prossimo 19 marzo sarà un’ottima occasione per celebrare assieme il ruolo

IMPORTANTISSIMO del papà all’interno della famiglia.

 

La ricorrenza italiana è associata a San Giuseppe, padre putativo di Gesù. I paesi di tradizione cattolica seguono questa indicazione. Avete mai riflettuto su cosa ha fatto Giuseppe? Ha scelto in moglie una vergine, ne ha accudito il figlio. L’ha protetto dalla persecuzione, fuggendo di notte in Egitto; lo ha lasciato andare via precocemente ! Un papà che si è immolato per il figlio!

Anche le ricorrenze internazionali ci raccontano di veri e propri eroi! Le origini storiche risalgono a 4000 anni fa, all’epoca dei babilonesi, quando si narra che un giovane incise su una pietra un augurio di buona e lunga vita all’amato padre. Invece, l’ufficializzazione della celebrazione, si deve a una giovane americana, Sonora, che mentre ascoltava il sermone nel giorno della festa della mamma, decise di far conoscere a tutti quanto per lei fosse stato importante e fondamentale il suo papà, che dopo la morte della madre, a causa dell’ultimo parto naturale, aveva cresciuto da solo sei figli. Sonora voleva celebrare il coraggio, l’altruismo e l’amore di questo super papà.

Oggi, il padre, ha abbandonato il ruolo assegnatogli da Freud, di uomo castrante e punitivo nei confronti dei figli. Ritroviamo, invece, temerari e coraggiosi papà presenti a lavoro, al supermercato, al parco, a scuola e a casa ogni volta che c’è bisogno di loro!

Ricordiamo quelle situazioni di assenza della mediazione materna in cui i padri assumono completamente le funzioni di accudimento e di soddisfacimento di tutti i bisogni dei figli . Affidi monoparentali, situazioni in cui la madre è assente, trascurante o affetta da patologie psichiatriche.

Anche il ruolo legislativo dei papà, a oggi, è stato rivisitato. Grazie alla sensibilizzazione scientifica, sul tema della paternità, il D.L. 54/2006, concede, e quindi riconosce, a padri e madri pari diritti in caso di separazione: l’affidamento del minore è congiunto.

Per quanto attiene la psicologia, agli inizi degli anni ottanta, i ricercatori di Losanna definirono, finalmente, il concetto di triangolo primario: la famiglia fu vista come unità, un insieme triadico: Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre -bambino ma è, assieme a loro, l’essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso solo in relazione alle altre”.

Anche la teoria sistemico-familiare evidenzia il ruolo essenziale del padre come fondante per il benessere del sistema famigliare: attraverso la sua capacità di infondere fiducia e sicurezza genera protezione e favorisce il normale sviluppo del ciclo di vita. Il neonato, per un certo periodo dopo la nascita, vive in un rapporto di dipendenza molto stretto con la madre, la quale, avrà la necessaria funzione di contenitore fisico ed emotivo del bambino. A sua volta, il papà, conterrà emotivamente e fisicamente la madre e il bambino: sarà il “contenitore del contente” e questa funziona sarà fondamentale per un sano sviluppo della famiglia.

Ugualmente, la filosofia, con Galimberti ha affermato che “Un padre è il custode prediletto della maternità” , che trova rassicurazione e serenità nella disponibilità e nella collaborazione del papà del loro bambino.

La presenza di un padre per un figlio è un tesoro prezioso, ed è stato dimostrato che la loro relazione favorisce il benessere psicologico per entrambi.

Andolfi ci spiega come, quando i bambini sono piccoli, attraverso il gioco con il papà, il contatto fisico, il fare assieme, si ha la possibilità di conoscersi meglio, si veicolano molte informazioni: si scoprono risorse e qualità, le preferenze ma anche le difficoltà e le debolezze. Aumenta la confidenza e la solidarietà e si genera un clima di fiducia e di dialogo.

Durante l’adolescenza dei figli, se un padre è “periferico”, cioè assente o emotivamente non presente, i figli presentano maggiore tendenza all’abuso di alcool e droghe, più gravi problemi psichiatrici, minore capacità di cooperare e socializzare, una propensione maggiore a condanne per atti violenti e maggiori tendenze suicidarie .

Diversamente dal passato, attualmente, i papà partecipano molto più attivamente alla vita dei loro figli, in modo sia concreto che emotivo, già durante il periodo di preparazione al parto per la donna. Questo aspetto è importante perché, come afferma Badolato, la testa dell’uomo è “gravida” di pensieri ed emozioni mai provate prima, nelle quali è difficile fare ordine. L’attesa dei nove mesi diventa un elemento indispensabile, anche per lui, per trasformarsi per il futuro nascituro. In passato, invece, gli uomini diventavano padri nell’attimo in cui prendevano in braccio il piccolo appena nato.

Per quanto riguarda il compito, tanto dibattuto, delle regole, oggi i padri non sono più detentori dell’autorità famigliare, come un tempo. Nelle nuove forme di famiglia, madre e padre giocano ruoli e funzioni diversi e complementari, che possono interscambiarsi secondo le esigenze reciproche. Scabini parla di ruolo normativo esplicito del padre: “pallido ed evanescente”; c’è ma non si vede, è nascosto.

E’ evidente che, nella nostra epoca, essere padre è diventato più difficile! Così, ascoltiamo racconti di papà super impegnati a volte impacciati e buffi. Perché il padre di cui parliamo è un padre umano e vulnerabile.

Oggi, scrivo quest’articolo, perché voglio inneggiare al loro coraggio! E’ stato dimostrato che l’amore dei papà per i figli è importante tanto quello delle madri e questo deve essere il motore motivazionale che vi spinge, papà, a essere sempre più presenti nella promozione della cura dei vostri bambini!

Attraverso questo scritto, che omaggia la ricorrenza della festa del papà, faccio un appello a tutti quei padri che si confrontano con le incertezze e i dubbi che possono derivare dallo scegliere consapevolmente di assumere questo ruolo, così meraviglioso quanto complesso. Non bisogna fuggire dalle proprie debolezze ma trovare il coraggio di trasformarle in forza. Bisogna evitare di non sentirsi all’altezza e concedersi, invece, il permesso di chiedere aiuto, tutte le volte in cui se ne ha bisogno!

Bisogna sostenere a livello sociale e istituzionale le trasformazioni attuali della famiglia, senza rischiare di perdere i papà!

Ritrovare il padre significa ritrovare il senso profondo della vita, perché senza un’origine non può esserci identità!

Auguri a tutti i papà!

Ai padri biologici e a quelli adottivi, a quelli che ci sono ma anche a quelli che non ci sono più.

Auguri al padre interno che è in ognuno di noi.

Dott.ssa Antonella Rocco


DONNE E VIOLENZA

8 marzo Giornata Internazionale della Donna

 

ph. @Michela Medda Photos

Parlare di violenza contro le donne è sempre doveroso, perché è attraverso la diffusione d’informazione che si generano conoscenza e maggiore sensibilità. E’ solo così che, la lotta a difesa delle vittime di abusi fisici e psicologici, può stanare questo male ancora così frequente!

Tanto è stato fatto ma tanto ancora c’è da fare, per un fenomeno sociale ancora molto diffuso che oggi vede protagoniste 9 milioni di donne che hanno subito violenze fisiche o verbali.

I dati Istat, 2015-2016, ci rivelano, inoltre, che sono rimaste invariate le situazioni lavorative dove il ricatto sessuale verso le donne è utilizzato per fare carriera ed essere assunte.

Sono circostanze che hanno come protagonisti uomini, che usando il potere del ruolo ricoperto e approfittando della vulnerabilità di chi cerca un’occupazione o una promozione, chiedono in cambio una prestazione sessuale. Le vittime, in preda al terrore, preferiscono non denunciare e spesso sono costrette ad abbandonare quella posizione o a rinunciare alla carriera.

Anche gli uomini subiscono molestie sessuali, ma in numero minore, circa 3 milioni e 750 mila e in condizioni di minore gravità.

Per entrambi i sessi, le violenze, sono comunque agite, per la maggioranza dei casi (97%), da parte di uomini. Questo dato evidenzia che nella nostra società vige ancora una cultura maschilista e di abuso di potere, in cui gli uomini assumono tuttora un atteggiamento di “possesso” nei confronti della mente e del corpo dell’altro (sia esso maschio o femmina).

Ritengo che sia molto positivo che l’informazione, oggi, dia ampio spazio a questo tema, anche attraverso le testimonianze dirette, che documentano non solo gli scempi subiti, ma come la vita di queste persone e delle loro famiglie sia stata compromessa per sempre.

E’ vero che un mutamento c’è stato: sono aumentati le associazioni e i centri antiviolenza, i media ne parlano più spesso; si è intervenuto con le leggi. Sono evidenti una maggiore condanna sociale e una minore solitudine delle donne.

Manca ancora però un cambiamento radicale, sul piano culturale, tale da sconfiggere definitivamente questo disagio ancora così incidente nella nostra società.

Credo che, il primo luogo dove bisogna progettare una maggiore sensibilizzazione del fenomeno della violenza, sia nelle scuole. I ragazzi, oggi, devono essere resi consapevoli delle conseguenze disastrose di questo fenomeno sociale.

Inoltre, troppo spesso, ho sentito testimonianze che riportano che le risposte ricevute, da parte delle vittime, nel momento in cui si è trovato il coraggio di chiedere aiuto, sono state “ingenue”. Terzi hanno sottovalutato la gravità di quanto accadeva. Dichiarano che si è cercato di “mettere le cose a posto” provando a “pacificare certe situazioni”; lasciatelo fare a un professionista, che con la sua competenza, possa avere un giudizio più obiettivo sulla gravità della situazione, evitando che questa degeneri in modo irreparabile, come si è assistito in molte occasioni.

Quando una donna dichiara di essere spaventata, la situazione non va mai sminuita. L’ascolto e la raccolta della denuncia, di quanto sta accadendo, sono doverosi, sempre!

Le autorità competenti devono essere ancora più consapevoli delle tragedie che si continuano a consumare; gli amici, i parenti, i conoscenti devono esporsi e non celarsi dietro un clima omertoso, perché così facendo divengono complici. Noi donne dobbiamo denunciare e chiedere aiuto! Senza vergogna e senza timore, perché la vera paura bisogna averla essendo consapevoli di quello che di peggio succederà dopo; e non alle altre donne, ma a noi! A te!

PERCHE’ NELLE SITUAZIONI DI MALTRATTAMENTO E VIOLENZA NON VALE LA PROMESSA CHE NON ACCADRÀ ANCORA, O LA MINACCIA DI POTER RICEVERE PIU’ MALE!

Denunciare e punire questi abusi servirà e salverà altre donne a non essere ancora vittime. Utilizzate qualsiasi canale abbiate a vostra disposizione! Non siete sole!

Ci tengo a concludere evidenziando che, chi subisce violenza, riporta molteplici danni, sia fisici che di salute mentale. Le donne, vittime di tali abusi, tendono ad assumere alcool e droghe, oppure assumono comportamenti rischiosi. La violenza può anche influenzare la percezione del proprio corpo, e portare a soffrire di disordini alimentari.

Gli effetti a lungo termine sulla salute mentale causati dalla violenza di genere possono includere problemi come disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia. Difficoltà che, interferendo con la quotidianità, possono peggiorare nel tempo e possono comportare tendenze suicide e fenomeni di autolesionismo. Altri effetti possono essere: la tendenza a chiudersi nei confronti degli altri, il non voler fare cose che una volta piacevano e avere una scarsa autostima.

Diffondiamo il messaggio di DENUNCIARE, prima che sia troppo tardi. Sosteniamo chi decide di mettere in salvo la propria esistenza. Così facendo si aiuterà anche la persona abusante, perché anche lei ha bisogno di aiuto, un aiuto che non arriverà mai del silenzio delle vittime!

Dott.ssa Antonella Rocco


Segreto patogeno e “cura d’anime” oggi

Giorni fa, qualcuno, mi ha detto:

“Voi psicologi siete come padri confessori in una versione laica e moderna”

Ho subito pensato: “Beh, se è vero che accolgo i racconti delle persone con cui sono in stanza di terapia, che mi vengono “confessati” e che, per la maggior parte dei casi, sono condivisi solo con me (e ai quali io sono deontologicamente tenuta a legare il dovere del segreto professionale)”. Allo stesso modo, è pur vero che, io non assolvo dal “peccato”. Diversamente, consapevole del valore clinico dello svelamento, che si evidenzia dall’espressione di un immediato senso di liberazione, lavoro sulla comprensione dell’importanza di ciò che non è stato espresso in modo diretto dalla persona fino a quel momento. In effetti, però, un nesso c’è…

La storia dello svelamento di un segreto ci conduce indietro nel tempo fino alla pratica della confessione che, come la preghiera, il voto e il pellegrinaggio, è stata assunta dalla Chiesa cattolica da altre religioni. In seguito, i riformatori protestanti, rinunciarono alla tradizione della confessione e si occuparono di cura delle anime: attraverso lo svelamento di un segreto doloroso, si riusciva ad aiutare le “anime afflitte” a superare le proprie difficoltà. Ciò, si narra, avveniva per mezzo di una certa capacità spirituale posseduta da questi ministri del culto protestante. Questi si attenevano all’assoluta segretezza di quanto conosciuto.

Più tardi, prima con i magnetisti e l’utilizzo del sogno magnetico e poi con gli stati di trans indotti dall’ipnosi, il segreto patogeno e il suo trattamento si laicizzarono, fino a quando il primo medico, Moritz Benedikt, organizzò in forma sistematica la conoscenza del segreto patogeno e la sua elaborazione in psicoterapia. La cura avveniva prima con lo svelamento del segreto e poi con la risoluzione dei problemi a esso collegati. Infine, la psichiatria moderna si occupò dei casi di segreti patogeni inconsci, con i casi clinici di Freud e Jung. Quest’ultimo riteneva che l’esplorazione dei sogni ad occhi aperti, delle fantasie, delle ambizioni represse e dei desideri frustrati fosse un lavoro fondamentale per una psicoterapia completa.

Quindi, è vero che una relazione, seppure racchiusa nei cicli di storia, esiste ed è all’origine della pratica della moderna psicologica.

Il terapeuta, oggi, è uno specialista, formato professionalmente, che applica delle tecniche specifiche alla conoscenza clinica e si attiene al segreto professionale. È colui che riesce ad andare oltre la “maschera del personaggio” per scoprire la persona e attraverso lo strumento della restituzione, attraverso se stesso, fa risuonare le voci interiori delle persone che incontra nella sua esperienza professionale: i pazienti.

Spesso, nella stanza di terapia, emergono racconti di desideri ritenuti inappagabili. A volte, i desideri celati, sono impulsi tendenti alla realizzazione della propria personalità e pertanto hanno un grande valore. Il non-detto, diventa esprimibile verbalmente durante il colloquio e per questo elaborabile e quindi comprensibile.

Due aspetti sono importanti del segreto: 1) i molteplici modi in cui si esprime anche involontariamente 2) la guarigione, rispetto al sentimento “della liberazione dal peso”, che non dipende solo dall’intervento della psicoterapeuta ma dalla scelta libera e volontaria del paziente che esprime la propria responsabilità.

Per quanto riguarda la nostra quotidianità, invece, sappiamo che la vita di ognuno si caratterizza per una continua scelta tra lo svelamento di se stessi e il desiderio di nascondersi. Tutti abbiamo i nostri segreti, il desiderio di confessarli ma anche quello di tenerli celati. Ogni giorno, viviamo in un discreto equilibrio, cui siamo arrivati attraverso una soluzione più o meno soddisfacente. Ricordate quando durante l’infanzia lo sguardo degli adulti sembrava penetrarci e guardarci dentro come se fossimo trasparenti? Quale grande conquista quando, tutti tremanti, ci siamo arrischiati a raccontare la prima bugia e abbiamo scoperto che oltre un certo confine c’eravamo solo noi e nessun altro, sentendoci finalmente soli in questo territorio intimo. Questo genuino essere soli con se stessi rappresenta la base per poter avere un rapporto genuino con gli altri, anche se non si è completamenti svelati.

Ho riconosciuto che, anche alcune opere letterarie, ci narrano storie di segreti patogeni e conoscenze psicologiche. Ad esempio: Le Confessioni di sant’Agostino, La lettera scarlatta di Hawthorne, La donna del mare di Ibsen.

Così, quell’affermazione, giorni fa, mi ha portato a una riflessione che ho deciso di condividere con voi.

E tu che rapporto hai con i segreti? Ne avete? È difficile parlarne? Con chi lo fate? E perché?

Dott.ssa Antonella Rocco

 

 

 

 

 


Due motivi per NON seguire il mio blog

Benvenuti a tutti e…

ecco due motivi per non seguire il mio blog

Vi starete sicuramente chiedendo perché scrivere due motivi per non leggere il mio blog. Bene!
Perché possiate porvi delle domande alla ricerca di alcune risposte e approfondimenti.
Ho deciso di creare un Blog, che riterrò il mio salotto in cui inviterò tutti voi ad accomodarvi, che possa differenziarsi e che vi regali delle sorprese nelle pagine che verranno…
Ecco allora i due motivi:
1.  Non vi terrò impegnati tutti i giorni con la pubblicazione di post brevi ed insignificanti, non sarò preoccupata di sollecitare quotidianamente la vostra attenzione. Nel frattempo sai che sarò personalmente impegnata a curare il materiale di cui discuteremo.
2.  Non offrirò soluzioni “magiche” ai vostri problemi o incantesimi cui potersi affidare on line. Se stai affrontando un problema e hai bisogno di aiuto, chiamami pure per un incontro.

Benvenuto

a chi ricercherà in queste pagine spunti, idee e approfondimenti utili al proprio
arricchimento personale.

Vi terrò aggiornati su incontri, corsi e altri appuntamenti in cui potrete trovarmi e a cui poter partecipare.

Attualmente ricevo presso il poliambulatorio “Fisiomedica Mogliano Srl”, a Mogliano Veneto; e presso il “Centro di Psicoterapia”, a Mestre.

Mi occupo di percorsi di remise en form e dimagrimento attraverso progetti di psico-nutrizione, in questo momento presso, il “Centro Dimensione Benessere” a Conegliano, Treviso, in collaborazione con una biologa-nutrizionista e il team del centro.

Sto organizzando assieme ad un personal trainer specializzato in discipline olistiche un corso di “Tecniche di rilassamento psico-fisiche” che si terrà prossimamente.

Dott.ssa Antonella Rocco